L'arte lusoria di Rosario Amato


Se volessi fare una gerarchia degli operatori di immagini dal punto di vista della loro indipendenza nei riguardi del pubblico, della società, dei lettori, il primo posto spetterebbe a Rosario Amato. Rosario sembra immunizzato dal contagio ideologico e di tendenza. È improbabile incontrare un grafico che si astenga da ogni solidarietà di gruppi intellettuali o di consorterie di successo come fa lui, che vive astratto in questa sua brama di autonomia. Certo è che questa sua estrosa anarchia, che al fondo si nutre di una incessante polemica verso le forme convenute della vita, fa parte del suo sangue, lo suborna nella ispirazione. Egli ama sentirsi un irregolare, a costo di confondere i lettori. Egli è l'opposto di un operatore di immagini che si dica realista, per il quale l'arte risulta condizionata dalla relazione che egli presume di istituire con il reale con i fatti positivi, con le richieste della società. Per Rosario Amato, viceversa, la realtà è un termine di gioco, di ironia, di sarcasmo; è sempre una competizione che inventa per sconcertare i lettori, per contraddire le misure canoniche del loro giudizio. Per lui l'esperienza che gli uomini si fanno giorno per giorno è un cimento e insieme un controsenso e la vita è una lusinga che si tramuta puntualmente in una sfida. In queste condizioni il lettore si sente un po' escluso e un po' superfluo, perchè ogni volta stenta a riconoscere le regole del gioco. Tra i suoi personaggi e il mondo delle cose si produce una specie di emulazione, di reciproca insidia di interminabile finta. Amato corre dietro a una immaginazione che potremmo definire ludica, cioè agonistica, la quale mette continuamente a rischio sé stessa o le cose che tocca o inventa, per strappare alla fine un lembo di verità umana. La sua struttura stilistica risulta alla fine composita e di plurima intenzione e non sempre riesce a trovare il punto giusto di fusione e in alcune circostanze finisce per mostrare la corda. Che abbia fatto una notevole confusione e lasciato il meglio nei mezzi espressivi? La sua tecnica traduce un realismo evocativo, che non è realtà e non è visione; ma piuttosto una evocazione, che non solo equivale alla rappresentazione concreta, ma anzi ne acuisce ed esaspera i contorni e lo spessore. È ciò che gli antichi greci chiamavano “idolopea”, cioè una riproduzione di immagini (o “idoli”) mediate da uno specchio, cioè riflesse e rielaborate nella luce della mente e della fantasia, dove il reale subisce un processo di identificazione e allucinazione (non a caso in alcune incisioni compare lo specchio). Alcuni suoi personaggi sono ridotti all'automatismo di manichini, di marionette. Chi potrà toglierli da questa astrazione e vanificazione e rimetterli nella corrente del vivere? La fantasia dell'arte ancora una volta la catarsi della poesia potrebbe costituire per l'uomo la unica risorsa per attuarsi, per restaurare la propria coscienza, per celebrare la sua identità.


Giuseppe Zoschg – Docente di Storia dell'Arte – Benevento 31/03/1979